Alba alle porte di Gerusalemme. Lentamente la città si sveglia ed assume quel volto che per un mese ho cercato di guardare negli occhi. Ma Gerusalemme non è prevedibile, è diversa. Sfugge alle spiegazioni razionali e a tutte le costruzioni mentali. E’ un luogo di incontro e di scontro. E’ il centro del mondo. G.B. Pizzaballa, Custode di Terra Santa, afferma che “il cuore del mondo batte a Gerusalemme... la Terra Santa è la terra della rivelazione, del dono della legge, dell'incarnazione, è la terra di Cristo, nella quale convergono tutte le nostre aspirazioni e speranze...” ed è proprio così. Percorrendo i vicoli stretti della Città Vecchia ho respirato la storia, la Nostra Storia, quella più profonda che molto spesso mi trovo a negare. Ho camminato nei luoghi dove visse l’Uomo che rese e rende nuova definitivamente l’umanità, il Punto di Non Ritorno. E l’ho vissuto. Gerusalemme ti obbliga a prendere una posizione, a essere vero, l’altra possibilità è soccombere schiacciato dalle identità forti che lì si contrappongono e diventare invisibile. E il problema esiste realmente: chi sono i Cristiani della Terra Santa? Chi sono i Cristiani che vivono nella striscia di Gaza, con le loro terribili storie di discriminazione e di violenza? La presenza Cristiana nei Luoghi Santi è fondamentale ed è commovente vedere quanti offrono la loro vita per le pietre della Memoria e per le pietre Vive: la minoranza Araba Cattolica, messa sempre più a repentaglio da condizioni difficili, spesso imposte dall’esterno, che provocano un’emigrazione che negli ultimi anni s’è fatta sempre più massiccia. La presenza Francescana è inossidabile e garantisce sostegno a tutti. E’ un’opera mirabile e purtroppo spesso poco conosciuta: penso al Custode, Padre G.B. Pizzaballa, responsabile ultimo dell’Associazione di Terra Santa che si preoccupa di sostenere i vari progetti della Custodia (per info: www.ats.custodia.org); a Padre Armando Pierucci, grande musicista e fondatore dell’Istituto Magnificat, dove bambini cristiani, ebrei e musulmani insieme possono studiare musica ad alto livello, grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Vicenza, e a molte altre persone che donano la propria vita per l’unico reale e vero Ideale, che lì abitò duemila anni fa. “Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; resti la mia lingua attaccata al palato, se io non mi ricordo di te, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia Gioia” (dal salmo 137).
Federico Rinaldi
Vacilla la aliyah (ovvero l'immigrazione degli ebrei della diaspora verso Israele)? Lo Stato ebra
ico cerca soluzioni innovative per far continuare gli arrivi. Secondo la Jewish Agency for Israel, l'agenzia che agevola e monitora il flusso di immigrazione ebraica verso Israele, tra gennaio e marzo 200
8 «solo» 1.207 persone hanno deciso eleggere Israele come propria patria adottiva. Il 12 per cento in meno dell'anno precedente. Solo gli immigrati ebrei dalla Bielorussia sarebbero in aumento (+ 30 per cento). Il resto dei Paesi dell'ex-Blocco sovietico, tradizionale serbatoio di nuova immigrazione in Israele, segna un saldo negativo: dall'Ucraina e dalla Moldova, da cui si registrano comunque gli arrivi più numerosi (334), si segnala un calo del 14 per cento rispetto al 2007. Dalla Russia il calo è del 6 per cento, dalla Georgia del 35 per cento, dall'Asia Centrale del 24 per cento, dall'Uzbekistan dell'8 per cento; e si potrebbe continuare. A settembre, un reportage del quotidiano israeliano Haaretz da Mosca dimostrava che i giovani ebrei-russi non aspirano più a partire per Israele. Oggi preferiscono rimanere a vivere dove sono nati. E lo scorso febbraio, Lev Leviev, miliardario russo-israeliano, ha puntato il dito contro l'insuccesso delle politiche di integrazione della massa di immigrati russi che sbarcano a Tel Aviv. Secondo Leviev, molti di loro, vedendo fallire il proprio progetto migratorio, decidono di tornare in patria.
Israele, che in 60 anni di storia ha assorbito con successo oltre 3 milioni di immigrati, è alla ricerca delle strategie più efficaci per invertire questa tendenza negativa. Una di queste è il confronto con altre nazioni di forte immigrazione, come il Canada, che devono la propria crescita a politiche che favoriscono un costante afflusso di immigrati selezionati.
Così a marzo una delegazione dell'International Metropolis Project, un think tank sull'immigrazione finanziato dal governo canadese con esperti di oltre 40 nazioni, ha visitato Israele per partecipare a un confronto su «Immigrazione, integrazione e identità», presso il Ruppin Academic Center di Emek Hefer, città a Nord di Tel Aviv.
«Noi canadesi accogliamo immigrati selezionandoli secondo le loro specifiche competenze - spiega Howard Duncan, responsabile dell'International Metropolis Project - mentre in Israele il principio è quello della Legge del ritorno (che garantisce la cittadinanza a ogni ebreo che decida di immigrare - ndr). Ma oggi la vera sfida, sia per Israele che per il Canada, è di convincere gli immigrati a rimanere». La globalizzazione infatti porta molti immigrati a spostarsi, cercando condizioni di vita sempre migliori. «E noi canadesi abbiamo visto in questi anni un grande numero di persone arrivare ma anche andarsene», conclude Duncan.
Noi siamo testimoni della Risurrezione, dice San Pietro alle folle dopo la Pentecoste. Come lui, qui, negli stessi luoghi, noi siamo testimoni della Risurrezione per ridare e mantenere a tutti la speranza, nonostante il male degli uomini che devasta questa terra. Preghiamo, fratelli e sorelle, perché la Risurrezione del Signore dia a noi tutti la capacità di ridare la vita a questa terra e a tutti quelli e quelle con cui siamo chiamati a vivere. Con il Salmista proclamiamo la nostra speranza: “Dio potrà riscattarmi” (Sal 48,16)e riscatterà la nostra terra.
+ Michel Sabbah, Patriarca
dal sito del Patriarcato di Jerusalemme, dove sono scaricabili anche altre lettere e prolusioni del Patriarca www.lpj.org
Centinaia di giovani e non, appartenenti alle tre parrocchie di: Betlemme, Beit Jala e Beit Sour, si sono dati appuntamento l’1 Marzo a Betlemme per pregare una speciale Via Crucis per la Pace. L’occasione era data dall’anniversario della posa della prima pietra di costruzione del muro che divide Betlemme da Gerusalemme.Questa data viene celebrata da alcuni anni in numerose diocesi italiane, come giornata di preghiera contro il muro.
Alla presenza di un gruppo di giovani giunti per questo motivo dall’Italia, la Via Crucis ha attraversato alcuni luoghi simbolici della presenza cristiana a Betlemme: la scuola di Effeta, l’ospedale e l’orfanotrofio della Santa Famiglia, l’Università, la chiesa dei Salesiani e quella della comunità Melchita, e la scuola Femminile di Terra Santa. Al lume delle candele il lungo corteo silenzioso ha seguito la Croce portata a turno dai responsabili di vari gruppi giovanili, e si è poi radunato nella Basilica della Natività dove, ad attenderli, c’era S.E. Mons. Twal, Vescovo Coadiutore del Patriarca di Gerusalemme. Prima di impartire la benedizione e di congedare i numerosi partecipanti, Mons. Twal ha rivolto loro parole di conforto, esortandoli e sostenendoli nella ricerca della pace, in questa terra martoriata dalla guerra.



Inizia con queste parole - decisamente perentorie - il messaggio dei capi delle Chiese cristiane di Terra Santa sulla situazione umanitaria di Gaza. «In nome di Dio, togliere l'assedio a Gaza», implorano i capi religiosi.
Abbiamo tutti ancora negli occhi le immagini drammatiche dei palestinesi della Striscia di Gaza che il 23 gennaio hanno abbattuto la barriera con l'Egitto e sono sconfinati in cerca di generi alimentari. Una realtà che deve spingere la comunità internazionale e l'Unione Europea ad agire con rapidità e risolutezza per difendere le vite umane minacciate. Ma soprattutto - esortano i leader religiosi cristiani - deve indurre da una parte le autorità palestinesi e superare le proprie divisioni interne; dall'altra Israele ad agire con responsabilità e a togliere immediatamente un assedio disumano di cui sono vittime soprattutto donne, vecchi e bambini. «Costruire la pace - concludono i leader cristiani - è la sola strada capace di condurre all'agognata sicurezza. Preghiamo perché la gente di Gaza sia presto liberata dall'occupazione, dalle contrapposizioni politiche, dalla violenza e dalla disperazione».
www.terrasanta.net
Scherzando, ha detto di sé: «Ho fatto il cammino inverso rispetto a Gesù». Perché Gesù nacque a Betlemme e crebbe a Nazaret mentre lui, monsignor Michel Sabbah, patriarca della Chiesa latina di Gerusalemme, è nato a Nazaret ed è cresciuto a Betlemme, nel seminario di Beit Jala, dove divenne sacerdote il 29 giugno 1955, a 22 anni. Questo senso dell’umorismo, sottile e sempre rivolto a sé stesso, è un tratto che colpisce nel patriarca. Tanto più ora che il tempo e le regole della vita consacrata lo chiamano a una fase importante: i 75 anni sono prossimi (è nato nel marzo del 1933), il successore è pronto. Un momento che monsignor Sabbah affronta… così.
«Nulla manca, tutto viene da Dio e tutto torna a Dio. E dunque: missione compiuta, comincia un’altra vita. Anzi, è la stessa missione che continua, perché il compito del vescovo è triplice: amministrare, santificare, insegnare. Con le dimissioni lascio l’amministrazione, che qui prende non un terzo ma il 60-70 per cento del tempo, ma rimango sacerdote e vescovo per santificare e insegnare. Gli apostoli, quando ebbero qualcosa da amministrare, istituirono i diaconi proprio per affidare loro quel compito. Poi, dopo alcuni secoli, qualcosa avvenne nella Chiesa perché i vescovi ripresero l’amministrazione e affidarono ai diaconi il Vangelo. Con queste dimissioni, dunque, io torno al primo compito degli apostoli: predicare il Vangelo. Torno alle origini».

Monsignor Sabbah.
«È vero. La nomina fu notata anche in alcuni Paesi arabi che non avevano mai sentito nominare il patriarca di Gerusalemme. In Giordania fu presa come un atto straordinario, ci fu un’udienza in Parlamento e un incontro col principe reggente e con lo stesso re. Molti palestinesi la accolsero come il segno che doveva iniziare una fase nuova. E poi, era appena scoppiata la prima intifada e alcuni esaminarono la mia nomina anche alla luce di quei fatti».
«Eh, sì».
«In realtà fu solo la conclusione di un processo ecclesiale molto logico. Quando il primo patriarca Giuseppe Valerga tornò qui per far ripartire la diocesi, secondo la volontà di papa Pio IX, portò con sé un clero internazionale. I sacerdoti erano italiani, francesi, tedeschi, olandesi… Ma la prima cosa che il patriarca Valerga fece fu proprio istituire il seminario per il clero locale. Trovò anche delle opposizioni, perché a quell’epoca non tutti credevano che questa terra potesse dare vocazioni, ma lui stesso, durante la sua vita, riuscì a ordinare 12 sacerdoti originari di Nazaret, Betlemme e Gerusalemme. Clero locale vuol dire sacerdoti, parroci, vescovi e infine anche un patriarca: un cammino molto normale nella vita della Chiesa. E poi bisogna notare che il mio predecessore era italiano ma era stato educato nel nostro seminario, e parlava bene l’arabo. Quindi è vero che sono stato il primo patriarca palestinese, ma il secondo del clero locale. Anzi, sono secondo anche come palestinese: dopo san Pietro».
«Le mie emozioni furono legate soprattutto al fatto che nel 1988 ero un semplice parroco e non mi aspettavo un simile incarico. Sa, passare dalla vita della parrocchia a quella della curia, con segretari, cancellieri, portinai… E poi era una grande responsabilità, avevo un sacco di cose da imparare».
«Certo, ci sono state delle difficoltà, ma in linea di principio non c’è nessun salto tra i due ruoli. Questa "politica" cui lei fa riferimento è stata solo predicazione del Vangelo. Gesù ha detto: amatevi, il vostro nemico è il vostro prossimo, cercate la giustizia. Dire che c’è ingiustizia e c’è oppressione, che c’è odio, che non si deve uccidere e invece c’è gente che viene uccisa, è solo Vangelo. Certo, è Vangelo nella politica e quindi disturba. Simeone disse a Gesù: "Sarai un segno di contraddizione". Vale per ogni cristiano: più predica il Vangelo nelle situazioni difficili, più è segno di contraddizione. Molti magari sono scontenti, ma proprio questo è il criterio per dire se si lavora bene: se tutti sono contenti, vuol dire che non hai detto niente di significativo, hai detto poco la verità. E oggi, in giro, c’è cortesia, diplomazia, ma poca verità. A partire dalla verità sul conflitto tra Israele e i palestinesi».

Un palestinese davanti alla basilica della Natività a Betlemme.
«L’uguaglianza tra i due popoli. Ciò che è dovuto al popolo israeliano è dovuto anche al popolo palestinese. Lo Stato? La terra? Sì, ma per entrambi. E poi non si vuole affrontare una semplice domanda: perché certi palestinesi sono diventati violenti e terroristi? La questione non si pone, anche se sono diventati violenti a causa dell’oppressione esercitata su di loro. Quando si parla di Stati non si tira mai in ballo il terrorismo, tutto ciò che fanno è considerato legale e giustificato dalla difesa dei cittadini. I popoli oppressi, invece, non hanno il diritto di difendersi: se usano gli stessi mezzi violenti usati dagli Stati, sono terroristi, e tutti e due uccidono innocenti assieme ai militari o militanti. Ebbene, noi diciamo no sia alla violenza di Stato sia a quella dei gruppi terroristici. Mantenere l’oppressione e l’occupazione è una tendenza pericolosa, che tra l’altro non serve a proteggere la società israeliana né quella degli altri Paesi, perché ormai il terrorismo mondiale incomincia a saldarsi alla questione palestinese mai risolta, e questo fa paura a tutti. Noi, qui, abbiamo una malattia cronica, l’occupazione militare israeliana, e l’oppressione d’un popolo. Bisogna cominciare a curare questa malattia per sperare di vincere il terrorismo».
«Questo è un problema ma non deve diventare una scusa. I palestinesi discutono tra loro, è una questione interna che non deve essere usata per dire: "Siete divisi, quindi non potete avere uno Stato". Al contrario: quando i palestinesi avranno uno Stato, le loro divisioni spariranno. Divisioni, tra l’altro, generate dall’esterno, da quella famosa "democrazia" che la comunità internazionale, Stati Uniti in testa, vuole imporre qui. Hanno chiesto elezioni democratiche e c’è stato un partito che democraticamente le ha vinte, il partito Hamas; allora lo hanno classificato come terrorista e hanno boicottato un intero popolo, sempre in nome della democrazia. Tutti vogliono educare i palestinesi alla democrazia, ma prima dovrebbero aiutarli a ottenere il rispetto dei loro diritti. Date loro uno Stato e poi si potrà parlare di democrazia».
«Quando ci sono due nemici, ognuno nega l’altro. Se è per questo, Israele nega l’esistenza dell’intera Palestina, non solo quella di Hamas. Quando cesseranno le ostilità, il riconoscimento sarà automatico e immediato. Il riconoscimento di Israele "a priori" non arriverà mai, ci sarà di certo dopo che Israele avrà messo fine all’oppressione dei palestinesi. Gli estremisti non spariranno, ci saranno sempre partiti come Hamas o come quegli israeliani di destra convinti che tutta la terra della Palestina appartenga a loro. Ma resteranno, appunto, estremisti con poco seguito».
«Se Israele si ritira sui confini di prima del 1967. Se questo avviene, la pace è sicura. Per il resto, un’importante evoluzione storica è già avvenuta. Dalla fine dell’Ottocento fino a non molti anni fa, la parola d’ordine del mondo arabo era: Israele non deve esistere. Adesso, il mondo arabo riconosce il diritto di Israele a esistere, ma dice: si faccia la pace, si risolva la questione palestinese per arrivare a una normalizzazione totale con tutto il mondo arabo, e così anche Israele come Paese avrà il suo legittimo posto in Medio Oriente».
«È un’idea falsa, non siamo perseguitati. Ci sono molti problemi, certo, ma ci sono anche molte ragioni per guardare al futuro con speranza. I rapporti con le autorità civili e parte di quelle religiose sono ottimi. Con il gran muftì qui in Palestina, come in Giordania, c’è grande collaborazione. Il problema, per i Territori palestinesi, è che c’è un’Autorità senza autorità. Tutto dipende dalle decisioni di Israele. L’Autorità palestinese, per esempio, solo in dicembre ha ottenuto il permesso di far entrare la polizia a Nablus per cercare di riprendere in mano la situazione. Un altro esempio: mesi fa, a Betlemme, di notte alcuni malviventi hanno sparato a un cristiano. I fedeli ne parlano a me, io ne parlo con il governatore di Betlemme. E lui mi spiega che la polizia palestinese non ha il diritto di stare in strada, in uniforme e armata, tra le 22 e le 6 del mattino. Questo provoca inefficienza e favorisce la formazione di vere mafie che taglieggiano chi capita, non solo i cristiani. A Nablus i cristiani sono pochi e quindi le vittime di queste mafie sono i loro concittadini musulmani. A Betlemme è scoppiato il problema delle proprietà, grandi terreni appartenenti a cristiani. Uno di questi malviventi arriva, si mette sul terreno, comincia a costruire. Il cristiano protesta e il musulmano gli dice: "Portami in tribunale", sapendo che i tribunali non funzionano. E abbiamo scoperto che erano anche avvocati cristiani ad aiutare le bande a falsificare i titoli di proprietà. Il rapporto tra cristiani e musulmani è una lunga strada da percorrere passo dopo passo. Spetta a noi, adesso, produrre un’idea su come si può vivere tra due religioni in una società che è religiosa nell’intimo. Lo dico sempre ai nostri cristiani: non tocca ai musulmani servirci e prendersi cura di noi, tocca a noi capire i nostri diritti e difenderli».
«L’idea di un nuovo califfato corre per tutto il mondo islamico, arabo e non arabo, ma è una nostalgia che non può avverarsi. Possono nascere, invece, qui e altrove, degli Stati islamici. Se mai arriveremo a questo – e se la politica internazionale continua così ci arriveremo –, dovremo parlar chiaro, nel caso tali regimi islamisti vogliano imporre l’islam nella vita personale o sociale, o nel modo di mangiare, vestire, comportarsi. Se il dialogo sarà possibile, come lo è oggi, ricorreremo al dialogo. Se no, resisteremo e verranno, forse, momenti di confronto e magari di martirio. E dobbiamo preparare i nostri cristiani anche a una simile prospettiva».
«Lo so, lo so. Ho ricevuto diversi esponenti politici di Israele, e anche qualche alto esponente dei servizi di sicurezza, che volevano appunto capire chi mai sono. Devo dire che sono andati via soddisfatti. Ho detto: "Io sono palestinese e voi siete ebrei, e non c’è nessuna colpa a essere palestinese o ebreo. Voi lavorate per Israele e fate il vostro dovere. Io lavoro non solo per i palestinesi ma anche per voi, perché sono cristiano, sacerdote e vescovo. La mia missione copre tutta l’umanità, quindi pure voi ne siete parte. Voi siete oppressori perché occupate la terra altrui. Ma non per questo io vi odio: dico solo che l’oppressione deve finire". Non sono un avversario politico, ma una voce che disturba forse sì».
«È come quando il medico cura la ferita. Se brucia, serve. Se non brucia, non serve a nulla».
«No, no, al contrario. L’ultima dichiarazione del settembre 2006, firmata da tutti noi 13 capi religiosi cristiani di Gerusalemme, dice chiaramente che la città dev’essere governata da chi la abita, cioè israeliani e palestinesi. Tocca a loro darle uno statuto particolare, dunque diverso da quello del resto del Paese. Ma questo statuto deve avere garanzie internazionali, non può dipendere solo dalla volontà politica di israeliani e palestinesi. Ripeto: Gerusalemme dev’essere governata da chi ci vive. E anche noi cristiani ci siamo, quindi abbiamo diritto a partecipare al governo della città».
«Anche questa idea della sparizione dei cristiani è tipica dell’Occidente. In realtà il nostro numero è stabile, è la proporzione rispetto alla popolazione totale che cala. Quando viveva qui, Gesù aveva un piccolo seguito. La prima Chiesa, fatta tutta di ebrei, era una piccola comunità dentro una grande comunità. C’è stata la parentesi bizantina, dal IV al VII secolo, di grande prosperità per i cristiani, poi tutto è stato ridimensionato da Dio, Signore della storia, e i cristiani sono tornati a essere una piccola comunità. Oggi Gesù è vivo qui nelle stesse condizioni di duemila anni fa: in un piccolo gruppo. E noi Chiesa siamo una piccola comunità, come la Chiesa degli inizi. E rimarremo qui, per pregare, per accogliere i pellegrini, per circondare di vita i Luoghi Santi. Gesù ha detto: "Un solo credente può spostare le montagne". Se è credente. Ed è questa la nostra vocazione».
George ha 22 anni. Studia all’Università ed è parte di quella minuscola particella di 10 Cristiani su 7.ooo studenti che frequentano il popolato corso di Biologia all’Università di Hebron. Oggi è Venerdì e l’Università è chiusa. George scappa di fretta dalla palestra perché deve andare in Chiesa per partecipare alla preghiera del Rosario ed alla Via Crucis. E’ uno dei tanti giovani che partecipano ai momenti di preghiera in particolare in Quaresima. Come quasi tutti i Cristiani di Terra Santa George rispetta per tutto il tempo il Digiuno o meglio l’astensione dalla Carne, dagli alcolici e dai dolci.